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Mini Riassunto Vietnam

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Storia della Guerra in Vietnam La tragedia in Asia e la fine del sogno americano. Di Marc Frey Piccola Biblioteca Einaudi Mappe © 2008 Einaudi Torino NOTE ESTRAPOLATE Capitolo Primo - La guerra francese in Indocina e gli Stati Uniti (1945-54) 1) Dominazione coloniale e anticoloniale in Vietnam fino al 1945. (pag.3) Aerei statunitensi stavano facendo un giro d’onore nel cielo di Hanoi, una banda musicale suonava con brio lo Star-Spanged-Banner e, dalla tribuna, anche i collaboratori dell’Office of Strategic Service (OSS), il servizio segreto degli Stati Uniti, osservavano la piazza in cui si erano radunate centinaia di migliaia di persone. Al centro dell’attenzione generale era Ho Chi Minh, un nazionalista e comunista vietnamita. Quel 2 settembre 1945, certamente memore di Thomas Jefferson, Ho Chi Minh stava proclamando l’indipendenza del paese dalla dominazione coloniale francese e dall’occupazione giapponese (pag.6) Gli sviluppi della situazione politica internazionale – in particolare la vittoria della Germania di Hitler sulla Francia nel 1940, l’occupazione del Vietnam da parte del Giappone alleato con la Germania (settembre 1940 – luglio 1941) e la collaborazione dell’amministrazione coloniale francese (rimasta fedele al regime filo-germanico di Vichy) con i giapponesi-procurarono tuttavia adesioni sempre maggiori al Partito comunista d’Indocina e agli altri movimenti nazionalisti di liberazione dell’Asia. Quando i giapponesi, pochi mesi dopo l’attacco a Pearl Harbor del dicembre 1941, invasero vaste parti del Sud- est asiatico, sembrò profilarsi la fine della dominazione coloniale europea nel suo complesso. Anche se l’occupazione giapponese si rivelò molto più brutale del governo coloniale europeo, l’esempio nipponico dimostrò chiaramente ai movimenti di liberazione nazionale della Birmania, della Malesia, dell’Indonesia e dell’Indocina che la presunta superiorità occidentale sulla cultura asiatica, sulla strategia asiatica, sulla politica e sulle articolazioni organizzative del loro continente era un mito infondato. (pag.8) Nei cinque mesi fra il marzo 1945 e la capitolazione del Giappone (firmata il 15 agosto) i viet minh divennero ufficialmente alleati delle potenze occidentali. Agenti dell’OSS inviati in Vietnam si valsero dell’appoggio logistico del movimento di liberazione, ottennero informazioni sugli spostamenti di truppe giapponesi, e guerriglieri viet minh aiutarono, offrendo loro rifugio e vitto, gli aviatori americani i cui aerei erano stati abbattuti. L’OSS per parte sua rifornì i viet minh di armi e arruolò perfino Ho Chi Minh come proprio agente con il nome di copertura ”Lucius”. Quando l’indiscusso capo del Vietnam proclamò il 2 settembre del 1945 la Repubblica democratica del Vietnam, gli americani e i viet minh, gli agenti dell’OSS e Ho Chi Minh avevano un lungo periodo di positiva collaborazione alle spalle. Nessuno, in quel momento, poteva immaginare che l’alleanza si sarebbe ben presto incrinata e rotta. 2) L’inizio della guerra francese in Indocina (pag.10) Conformemente a quanto era stato deciso dalla conferenza alleata di Potsdam del luglio 1945, nel successivo mese di settembre le truppe britanniche occuparono parte meridionale del Vietnam, mentre un esercito della Cina nazionalista avanzò da nord fino al 17° parallelo. Ai britannici subentrarono poi le truppe francesi che furono trasportate in Vietnam, almeno in parte, proprio a bordo di navi statunitensi. Dopo cinque mesi di violenti combattimenti contro i viet minh, il generale Philippe Leclerc annunciò di essere riuscito a prevalere nel meridione del paese dove le due sette Cao Dai e Hoa Hao, inizialmente alleate con i viet minh, avevano cambiato idea e trovato un modus vivendi con i francesi. (pag.11) Nel settentrione del Vietnam la situazione era anche più complicata. Le truppe della Cina nazionalista saccheggiarono il paese senza pietà. Ho Chi Minh si appellò invano alle Nazioni Unite chiedendo che si ponesse fine agli abusi delle truppe predatrici e che si impedisse il ritorno dei francesi. Nel febbraio 1946, Ciang Kai-shek, capo dei nazionalisti cinesi, firmò con i francesi un accordo che permise alla potenza coloniale di tornare a insediarsi anche nel Tonchino in cambio della rinuncia di Parigi alle agevolazioni economiche di cui aveva goduto fino ad allora in Cona. Ho Chi Minh si trovò a quel punto in una situazione difficile. Poteva tentare di impedire l’esecuzione dell’accordo combattendo sia i cinesi che i francesi. Un’altra possibilità sarebbe stata quella di scendere a patti con i nazionalisti cinesi. Infine decise però di avviare trattative con Jean Sainteny, inviato del generale De Gaulle, trattative che sfociarono il 6 marzo 1946 in un compromesso provvisorio: la Francia riconobbe il Vietnam come “stato libero” all’interno dell’Unione Francese, la denominazione che fu a quel punto data al vecchio impero coloniale di Parigi.In cambio Ho Chi-minh accettò di rispettare il controllo francese anche sul Vietnam settentrionale per un periodo di cinque anni. Ho, che si espose aderendo a questo accordo a dure critiche da parte dei suoi, motivò la sua condotta con queste parole:”Per quel che mi riguarda, preferisco sopportare per altri cinque anni la puzza della merda francese piuttosto che continuare a mangiare alla cinese per il resto della mia vita”. 4) il riconoscimento del regime di Bao Dai (pag.16) La politica estera statunitense si sarebbe trovata anche in seguito, ripetutamente, alle prese con questo dilemma: da un lato l’impegno per porre fine al colonialismo, propagandare il diritto all’autodecisione dei popoli e lavorare discretamente per la dissoluzione degli imperi coloniali ; dall’altro la riluttanza a esercitare una effettiva pressione sulle potenze coloniali europee (fatta eccezione per i Paesi Bassi e la loro perdurante dominazione in Indonesia). Conseguenza di tutto ciò fu che Washington, alla fine, scelse con intransigenza di non stabilire contatti con i movimenti nazionalcomunisti di quello che si stava configurando come terzo mondo. (pag.18) Nel gennaio 1950 la Repubblica popolare cinese e l’Unione Sovietica riconobbero il governo dei viet minh come l’unico legittimo della Repubblica popolare del Vietnam. Questo passo sembrò a Washington l’ultima prova di una stretta collaborazione fra comunisti vietnamiti, cinesi e sovietici. Per reazione, gli Stati Uniti riconobbero il 7 febbraio, cinque giorni dopo la ratifica dell’accordo dell’Eliseo da parte del Parlamento francese, lo “stato del Vietnam” guidato dall’imperatore Bao Dai come paese indipendente nell’ambito dell’Unione Francese. Fin dal marzo di quell’anno l’amministrazione Truman decise inoltre di dare il proprio sostegno finanziario alla a guerra che i francesi stavano combattendo in Indocina e inviò 15 milioni di dollari di aiuti militari. Con il riconoscimento diplomatico, gli Stati Uniti legittimarono la loro dominazione coloniale francese in Indocina. Da quel momento vi furono in concorrenza fra di loro per il potere sul paese, legittimati l’uno dal blocco orientale e l’altro dall’occidente, i quali rivendicavano entrambi la sovranità sull’intero Vietnam…… (19)… …Ma alla fine, nel clima politico interno ed estero acceso a causa della “perdita della Cina”, ci si arrese a quello che fu ritenutoli male minore. Bao Dai e i francesi apparvero i difensori dei valori e dei modelli sociali occidentali. Di conseguenza, nella percezione statunitense, la sollevazione nazionale dei viet minh egemonizzati dai comunisti si trasformò in un aspetto della globale congiura del comunismo contro l’Occidente che si stava apertamente manifestando in Vietnam. Non c’è altro documento della statunitense post-guerra che illumini meglio la visione che gli Usa avevano del conflitto Est- Ovest di un prospetto strategico elaborato in quei giorni dal Consiglio per la sicurezza nazionale (NSC) di Washington. Il NSC-68denominazione sintetica dell’analisi elaborata prevalentemente da Paul Nitze, direttore dell’ufficio di pianificazione politica del Dipartimento di stato ribadì le linee fondamentali della politica estera degli Stati Uniti in vigore dal1947, ma le sottopose a una verifica sotto l’impressione del primo esperimento atomico effettuato dai sovietici. Il documento, che analizzò tutti gli ambiti della politica estera e di sicurezza degli Usa, cominciava con la frase: ”I problemi di cui ci occupiamo sono immensi, e non riguardano solo la proprietà o la fine di questo nostro paese, ma della civiltà tutta in generale”. Obbiettivo dell’unione Sovietica, guidata da” una nuova fanatica convinzione”, sarebbe stata “la dominazione assoluta sul resto del mondo”. ……… (20)……Come mezzi adatti allo scopo furono indicati: massiccio riarmo, aiuti allo sviluppo, cooperazione militare, operazioni clandestine ovvero coperte (covert operations) dei servizi segreti, guerra psicologica e la rapida soluzione dei problemi economici del Giappone e dell’Europa occidentale. ……… (21)……Quello che venne dagli Usa fu un aiuto di cui la Francia aveva urgente bisogno. Nel solo 1949 la guerra aveva ingoiato 167 milioni di franchi, denaro prezioso che sarebbe stato necessario per procedere con maggiore sollecitudine alla ricostruzione postbellica della stessa Francia. Tra il 1950 e il 1954 affluirono in Francia e nel Vietnam soldi, macchinari e assistenza militare statunitensi per un controvalore di 2,76 miliardi di dollari: Parigi ricevette fra l’altro 1800 veicoli corazzati, 31000 jeep, 361000 fra armi da fuoco individuali e mitragliatrici, 2 portaerei e 500 aerei. La quota di finanziamento della guerra francese in Vietnam da parte deghi Stati Uniti passò dal 40 per cento del 1952 all’80 del 1954. Gli aiuti per lo sviluppo economico forniti ai governi dell’Indocina furono invece limitati a complessivi 50 milioni di dollari. …… (22) ……Fino al dicembre 1952 le truppe francesi lamentarono 90000 fra morti, feriti e prigionieri (va detto che, fra il 1946 e il 1954, nei ranghi della Legione straniera – anche 35000 legionari tedeschi, per lo più giovani orfani di uno o entrambi i genitori, e circa 40000 soldati nordafricani o provenienti dalla cosiddetta Africa nera). Avvenne così che l’opinione pubblica francese si stancò della “sporca guerra” (sale guerre) e che all’Assemblea Nazionale dilagò l’insofferenza contro gli alti costi del conflitto. A Washington si guardò invece allo sviluppo della situazione con crescente preoccupazione, perché la guerra francese era diventata da tempo una guerra americana combattuta per interposte persone. Dal punto di vista statunitense, i francesi, in Indocina, difendevano l’Occidente proprio come gli Usa lo facevano in Corea: su due fronti dello stesso conflitto globale contro il comunismo internazionale. Dien Bien Phu (pag.27) Per prevenire un possibile intervento di truppe cinesi, Ely e l’ammiraglio Arthur Radford, capo dello stato maggiore interforze (JSC), discussero anche della possibilità di effettuare bombardamenti sulle montagne intorno a Dien Bien Phu. Il capo di Stato maggiore dell’Air Force, Nathan Twining, prospettò perfino l’eventualità d’un attacco nucleare: Ci si potrebbe impiegare anche un’intera giornata per essere sicuri di piazzare la bomba nel posto giusto. Nessuna resistenza. I comunisti verrebbero spazzati via, la banda potrebbe suonare la Marsigliese e i francesi andarsene bellamente inquadrati e in ottime condizioni di spirito da Dien Bien Phu. Mentre i comunisti dovrebbero dirsi “Ehi, quei tipi potrebbero anche riprovarci. Forse è il caso di essere più prudenti in avvenire”. (pag.28) In quell’ occasione Eisenhower diede anche un nome nuovo a una visione della politica estera statunitense ( e dell’Occidente in genere) ormai incardinata fin dal 1950: E infine ci sono alcune considerazioni complessive che potrebbero riassumere nel concetto di “effetto domino”. Se si dispongono di seguito di seguito le tessere del domino e si imprime un colpo alla prima, cadranno sicuramente anche tutte la altre. Ciò a cui il presidente e il suo segretario di Stato pensavano per contrastare l’avversario era un’”azione concertata” (united action), vale a dire una coalizione formata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Thailandia, Filippine e gli stati già associati fra loro dell’Indocina, la quale avrebbe dovuto difendere coralmente il Vietnam, e con il Vietnam, tutto il Sud-est asiatico dai comunisti. Una simile coalizione -questo il calcolo di Eisenhower- avrebbe rinvigorito la disponibilità della Francia a continuare a battersi e inoltre avrebbe scongiurato un intervento cinese. (pag.29) Anche se a Washington certo non ci fu soddisfazione per il rifiuto britannico e la questione dell’attacco aereo continuò a essere oggetto di consultazioni, Eisenhower non volle a quel punto, per convinzione personale e in considerazione dell’atteggiamento del Congresso, impegnare gli Stati Uniti in un’azione militare concordata soltanto con la Francia. Una simile condotta non corrispondeva agli interessi americani perché avrebbero identificato eccessivamente, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, gli Stati Uniti con la potenza coloniale. Per tutto questo la sorte delle truppe francesi a Dien Bien Phu era segnata: capitolarono il 7 maggio 1954, dopo 55 giorni d’assedio e bombardamento ininterrotto dell’artiglieria dei viet minh. Dien Bien Phu suggellò non soltanto la fine della dominazione coloniale francese nel nord del Vietnam; la sconfitta era il preludio al ritiro della Francia da tutta l’Indocina. (pag.29) Il generale Giap aveva scelto alla perfezione il momento per la battaglia decisiva, perché il giorno dopo la capitolazione di Dien Bien Phu si incontrarono a Ginevra i ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze che a suo tempo avevano costituito la coalizione contro il nazifascismo: Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Per la prima volta dopo la conquista del potere da parte dei comunisti, fece la sua comparsa ufficiale sulla scena politica internazionale anche un a delegazione cinese guidata dal ministro degli Esteri Chou En-lai. Alla conferenza di Ginevra sull’Indocina (8 maggio-21 luglio 1954) parteciparono inoltre due delegazioni vietnamite: una delegazione del regime di Bao Dai e, in rappresentanza della Repubblica democratica del Vietnam, gli inviati dei viet min con alla testa il primo ministro, Pham Van Dong. Gli americani però, al tavolo delle trattative per l’Indocina, parteciparono solo come osservatori, tanto è vero che il segretario di Stato Dulles ripartì poco dopo la cerimonia inaugurale. Non condivideva, per considerazioni di principio, l’idea stessa della conferenza esattamente come le trattative dirette con i “cinesi rossi”. Solo un incidente stradale, disse Dulles alla stampa, lo avrebbe potuto “far entrare in contatto” con Chou En-lai. (pag.32) 6) La conferenza di Ginevra sull’Indocina. Di fatto il governo statunitense riuscì a realizzare in ampia misura il suo proposito. Il 20 luglio 1954 la Repubblica popolare del Vietnam e la Franca sottoscrissero un armistizio che prevedeva fra l’altro un diverso posizionamento delle forze in campo. I viet minh si sarebbero ritirati a nord del paese, oltre il 17° parallelo, mentre le truppe francesi avrebbero abbandonato il Tonchino. Fino alla svolgimento delle elezioni generali, i due tronconi del Vietnam avrebbero amministrato la loro parte di territorio e rispettato una fascia in corrispondenza del 17° parallelo, una zona smilitarizzata. (pag.33) Tutte le parti in causa si resero conto che le deliberazioni adottate dalla conferenza di Ginevra sancivano soltanto un armistizio, ma non la fine del conflitto. Nel corso della conferenza, Eisenhower e Dulles fecero una scelta che vincolò di fatto gli Stati Uniti, nel lungo periodo, con il destino del Vietnam: gli Usa subentrarono cioè alla Francia e decisero di garantire loro la sicurezza del Vietnam del Sud, del Laos e della Cambogia. Questo comportò una svolta importante nella politica americana per l’Indocina. Fra il 1946 e il 1950 il governo statunitense aveva conservato una benevola neutralità di fronte alla dominazione coloniale francese. Dal marzo 1950 aveva finanziato la guerra francese, fornendo aiuti che dall’elezione di Eisenhower erano stati notevolmente aumentati. Tuttavia gli Stati Uniti si erano sempre rifiutati di impegnarsi direttamente in Indocina. La crisi di Dien Bien Phu e il rigetto dell’operazione “vulture” da parte di Eisenhower l’avevano ribadito. Ora invece legarono i propri interessi con un paese che era in gran parte controllato dall’avversario. L’assunzione della responsabilità politica di garantire la sicurezza dell’aria era la necessaria premessa dell’impegno diretto americano in Vietam. Capitolo Secondo Un Paese diviso (1954 - 60) 1)La svolta nella Repubblica democratica del Vietnam (pag.38) Ancora nel 1950 Ho Chi Minh aveva dichiarato che tentare di convertire i contadini al comunismo sarebbe stata solo fatica sprecata e denaro buttato. Verso la fine degli anni cinquanta chiese invece al partito di diffondere nella popolazione, in misura crescente, le idee marxiste-leniniste. Si oppose tuttavia sempre a una trasposizione di principi ideologici che non tenesse adeguatamente conto delle particolari condizioni vietnamite. Il diritto al libero esercizio delle pratiche religiose rimase per esempio largamente conservato e i cattolici residenti nel settentrione del paese non furono perseguitati. La direzione del partito e dello stato tentò piuttosto di acquistare influenza sulla gerarchia della Chiesa cattolica, ma vi riuscì solo in misura limitata. Non si verificò inoltre nella Repubblica popolare del Vietnam, come accadde invece in Unione Sovietica e nella Repubblica popolare cinese, il culto della personalità imposto dai vertici del partito. Ciò dipese strettamente dalla personalità di Ho Chi Minh che, diversamente da altri leader comunisti, praticava la teoria marxista- leninista anche nella vita privata. Il suo modesto stile di vitaviveva in un capanno nei pressi degli edifici governativi-, il suo impegno a favore della partecipazione politica dei contadini e per l’equiparazione di uomini e donne fecero di “zio Ho” una personificazione della rivoluzione e una credibile figura paterna per tutta la nazione. 2) La politica statunitense per il Vietnam dopo al conferenza di Ginevra (pag.40) Era il giugno del 1954 quando il colonnello dell’Air Force EDWARD LANSDALE arrivò a Saigon con dodici agenti della Cia per cercare, come disse il futuro capo del servizio segreto WILLIAM COLBY, “di salvare il salvabile”. Lansdale, un ex pubblicitario,aveva dato un rilevante contributo alla repressione della rivolta comunista nelle Filippine. Come nessun altro americano presente in Vietnam negli anni cinquanta, Lansdale incarnò lo spirito attivistico del “can do”, del “si può fare” dell’epoca. Era fermamente convinto che gli aiuti economici uniti al proverbiale pragmatismo americano potevano fare dei paesi del Terzo Mondo delle società evolute, democratiche e capitaliste. Poiché tuttavia il comunismo presente in ogni parte del mondo era d’ostacolo, Lansdale considerò suo compito preminente quello di distruggerlo mediante l’azione concreta e l’esempio personale. “Ricordatevi soltanto questo – disse ad alcuni militari – I guerriglieri comunisti si nascondono in mezzo al popolo. Se conquistate il popolo e lo fate passare dalla vostra parte, i guerriglieri comunisti non hanno nessun posto in cui nascondersi. Senza un posto in cui nascondersi, li potete trovare. E a quel punto voi militari puntate le armi e finiteli con un sol colpo!”. ……………………. (41) Lansdale si servì in Vietnam d’un vasto ventaglio di metodi e espedienti tipici dei servizi segreti. ………. Poco dopo la conferenza di Ginevra, cominciò a spedire nel nord del Vietnam piccole squadre di sabotatori i cui componenti, fra l’altro, versavano zucchero nei serbatoi degli autobus di Hanoi per paralizzare il sistema dei trasporti pubblici e attizzare il malumore della popolazione. Gran parte degli astrologi, che in Vietnam venivano spesso consultati, furono corrotti perché pronosticassero un cupo avvenire per il nord. Invece le azioni di volantinaggio furono destinate in particolare ai cattolici affinché abbandonassero il Vietnam del Nord, e non solo perché c’erano i comunisti. Anche la “Maria Vergine”, dicevano i volantini della Cia, ha voltato le spalle a nord e si è trasferita al sud. Questa guerra psicologica fu sicuramente un fattore determinante dell’emigrazione di circa un milione di vietnamiti (in gran parte cattolici) che si trasferirono al meridione dopo la conferenza di Ginevra. …………. fu la marina degli Stati Uniti a creare un “ponte della libertà” a provvedere al trasporto degli emigranti. (pag.44-45) Cinque mesi dopo Diem fece i conti anche con Bao Dai, il suo ultimo concorrente per il potere nel Vietnam del Sud. Nel corso di una “elezione” si fece designare presidente della sovrana Repubblica del Vietnam e pose così fine, contemporaneamente, alla dominazione coloniale francese. Il pubblicitario Lansdale, non trascurò nulla e non lasciò nulla al caso per garantirgli l’esito del voto: ottenne che le schede elettorali favorevoli a Diem fossero rosse (colore della fortuna) e quelle a favore di Bao Dai verdi (colore della sfortuna). Lansdale si sarebbe accontentato di un 60% di voti, ritenendo tale maggioranza del tutto sufficiente; in realtà Diem ebbe invece il 98,5 per cento dei suffragi. A Saigon, dove gli elettori registrati erano 405 000, Diem ebbe 605 000 voti. Le elezioni furono un imbroglio ma Washington lo considerò un dettaglio di secondaria importanza. All’Amministrazione Eisenhower bastò che Diem fosse risolutamente anticomunista e antifrancese, e che avesse rafforzato con energia il suo potere. 3) “National Building” nel Vietnam del Sud (pag.54) Infranto il potere delle “Sette” e dopo che la maggior parte dei Viet-minh del sud si erano trasferiti al nord, Diem si impegnò a distruggere i resti del Partito Comunista nel meridione. Nel 1955 fu avviata una “campagna di delazione” che provocò disordini e ribellioni in vaste parti del paese. Migliaia di persone furono arbitrariamente arrestate e chiuse in campi di concentramento. Furono colpiti non solo i comunisti ma anche i leader delle sette, aderenti a partiti minori, giornalisti e sindacalisti. Una disposizione di Diem del giugno 1956 consentì l’arresto di chiunque ”potesse” risultare pericoloso per lo stato. L’esecuzione di questa norma fu affidata ai capi locali dell’amministrazione che spesso ne approfittarono per una resa dei conti con avversari personali e per intimidire la popolazione rurale. Tre anni dopo, nel maggio 1959, Diem varò la famigerata legge 10/59 che istituì i tribunali militari. A questi organismi fu dato l’incarico non solo di mettere a tacere gli avversari politici ma anche di incarcerali a tempo illimitato o di eliminarli fisicamente. Agli imputati fu negato il diritto di avvalersi di avvocati difensori di loro fiducia e le uniche sentenze pronunciate furono di condanne a morte o all’ergastolo. I dati sul numero delle vittime oscillano. Il governo di Saigon ammise l’esistenza di circa 50000 detenuti politici fra il 1954 e il 1960; valutazioni indipendenti parlano di 150000 incarcerati. Soltanto fra il 1955 e il 1957 sarebbero state eseguite 12.000 condanne a morte. (pag.56-57) Per poter controllare in modo più efficace la popolazione contadina e scovare più facilmente i seguaci del Viet-minh, il governo di Saigon cominciò nel luglio 1959 a costruire nel delta del Mekong le cosiddette “agroville”. Di fatto si trattò d’un trasferimento coatto della popolazione contadina in villaggi fortificati. La promessa che avrebbero trovato nei nuovi insediamenti abitazioni pronte e buona terra da coltivare si rivelò spesso falsa. Funzionari del regime corrotti costrinsero i contadini a demolire le loro vecchie capanne e a usare i materiali ricavati per costruirsi quelle nuove. L’unico aiuto che ottennero consistette spesso soltanto nell’elargizione di un minimo contributo (5,50 dollari) messo a disposizione dagli Stati Uniti. Tuttavia, anche questi pochi soldi venivano poi sottratti loro, perché i funzionari governativi,che miravano soltanto al profitto personale, si facevano pagare le terre che erano state promesse gratis ai contadini. Oltre al danno materiale che molti subirono, pesò in misura maggiore abbandonare le tombe di famiglia. Nella concezione confuciana e buddista, gli antenati sono parte importante e integrante dell’esistenza ; separare i contadini da loro significò sradicarli ed esporli inermi ai pericoli dell’universo. La maggior parte delle 500 000 persone che avrebbero dovuto popolare “agroville” si rifiutarono di andarci e molti, dopo esserci andati, tornarono dopo poche settimane nei villaggi d’origine. In questo modo l’intero programma risultò condannato al fallimento e chi era stato costretto a parteciparvi suo malgrado si trasformò in un nemico mortale del regime di Diem. Capitolo Terzo - Fasi Interlocutorie (1961 – 1963) 1) Il mondo del Movimento di liberazione nazionale. (pag.67) Nel 1956-57 la vita era abbastanza facile, gli abitanti del villaggio avevano delle biciclette. Fu poi promulgata la legge 10/59. Questa legge dette a Diem il diritto di tagliare la testa alle persone sospette di essere simpatizzanti dei viet-cong (….) molta gente era inquieta . Nel marzo 1960 ci fu un incontro di calcio fra la mia squadra e un’altra. Le due squadre combatterono con accanimento. Poiché i famigliari di alcuni ragazzi lavoravano per il governo, ero convinto che si sarebbero vendicati su di me. Ero spaventato e cercai di nascondermi. Andai a cassa. I vietcong seppero che avevo vinto la partita e vennero per farmi propaganda. Dissero “Stai attento, ti sei nascosto ma non puoi nasconderti veramente. Non hai armi. La gente ti scoprirà e ti farà del male”. I vietcong scavarono un rifugio dove mi potei nascondere. 4) Il fallimento della strategia della “counterinsurgency” (pag.85) Corresponsabili del fallimento del programma dei villaggi fortificati e della counter insurgency furono il comando militare americano a Saigon e, a Washington, il JSC. Anziché convincere Diem che solo una permanente messa in sicurezza dei villaggi, unita a una riforma agraria e al ristabilimento dell’auto-amministrazione degli enti locali, avrebbero prodotto autentici successi, appoggiarono la tattica di corto respiro di Nhu. Con l’appoggio del pentagono, il comandante del MACV, generale Paul D.Harkins, si dedicò in sostanza a combattere la guerriglia con sistemi convenzionali: gli elicotteri american erano impegnati per localizzare consistenti gruppi di nemici e spingerli in braccio alle forze sud-vietamite a terra . Per togliere al Fln la disponibilità di territori in cui ritirarsi, gli Stati Uniti impegnarono, dalla fine 1961, non solo il napalm ma anche, per la prima vota armi chimiche per distruggere i raccolti. Con lo slogan”Solo noi possiamo impedire la formazione dei boschi”, gli americani sparsero con l’operazione”Ranch Hand”, nei successivi otto anni, centinaia di migliaia di tonnellate di erbicidi sul Vietnam del Sud. Il defogliante “Agent Orange” fu usato dal 1963; solo anni dopo si seppe che era cancerogeno. (pag.87) Quando per esempio la portaerei “Core” sostò nel porto di Saigon, i cronisti riuniti sulla terrazza che funge da tetto dell’hotel Majestic poterono lanciare i mozziconi delle loro sigarette quasi sulla tolda della nave, là dove erano parcheggiati gli elicotteri. Però se qualcuno chiedeva conferma che quella era una portaerei, la risposta ufficiale era “No Comment”. (pag. 88) Quel che è certo è solo che il presidente fin dalla primavera del 1963 fu tormentato da dubbi sull’efficacia dei consiglieri americani nel Vietnam meridionale. Era perfettamente consapevole del dilemma che l’Indocina costituiva per il suo governo. 5) Lacrisi dei Buddisti (pag. 90) Washington vide che era giunto il momento di esercitare energiche pressioni su Diem. Alla fine di giugno l’amministrazione americana nominò Henry Cabot Lodge, candidato repubblicano alla vicepresidenza nelle elezioni del 1960, nuovo ambasciatore a Saigon. Nipote dell’omonimo senatore che, a inizio secolo, aveva praticato con Theodore Roosevelt una politica estera all’insegna del motto: “Speak sostly but carry a big stick” (Parla con mitezza ma portati dietro un grosso randello); Lodge avrebbe dovuto non solo preservare l’amministrazione dai possibili attacchi dei repubblicani, ma anche riportare alla ragione il presidente sudvietamitamita. Capitolo Quarto – ESCALATION - (1964 – 1965) 1) Teste nuove, politica vecchia (pag. 95) “Non consentirò mai che il Vietnam faccia la stessa fine della Cina. Ho ordinato loro (ai suoi consiglieri) di andarci e di spiegare a quei generali di Saigon che Lyndon Johnson manterrà la nostra parola. Però, perdio, voglio che si diano una mossa, che vadano in quella giungla e insegnino ai comunisti ad avere paura”. 2)Operazioni coperte e la “risoluzione del golfo del Tonchino” (pag.97 - 101) Nel marzo 1964 il ministro della difesa McNamara partì per una nuova missione esplorativa in Vietnam del Sud. Poco prima l’ARVN aveva subito una secca sconfitta: 3000soldati governativi erano stati sconfitti dalle unità dell’Esercito di liberazione del popolo, nel delta del Mekong. McNamara lodò pubblicamente il governo di Khanh e dichiarò ai giornalisti che la guerra sarebbe stata vinta, però poi, in un rapporto riservato, prospettò un quadro della situazione molto cupo. Convinto assertore della teoria dell’effetto domino, il ministro guardava al Vietnam del Sud come a un test della capacità americana di affrontare e sconfiggere un’aggressione pilotata dall’esterno dai comunisti. Dalla fine del regime di Diem, scrisse McNamara nella sua relazione per il presidente, la situazione del Vietnam del Sud era continuamente peggiorata; Khanh non disponeva di alcun potere politico e la sua influenza sull’esercito era “dubbia”; le diserzioni dall’ARVN e dalle formazioni regionali e locali del sistema di autodifesa avevano raggiunto proporzioni enormi; il 40 per cento del paese era sotto controllo del Fln, controllo che nelle province attorno a Saigon saliva addirittura al 90 per cento. “Vasti strati della popolazione mostrano segni di apatia e indifferenza”, scrisse McNamara. Contrariamente ai vertici militari Usa, che proponevano l’invio di truppe di terra per stabilizzare la situazione, il ministro raccomandò invece un ulteriore rafforzamento degli aiuti militare statunitensi. … … … (98-99-100-101) … … Per queste ragioni, amministrazione statunitense optò per un’intensificazione delle operazioni coperte contro il Vietnam del Nord (sabotaggi, lancio di volantini, sorveglianza aerea segreta) già avviate fin dal febbraio 1964 assieme ai sudvietnamiti (OPLA 34-A). Il Pentagono per parte sua cominciò a preparare piani dettagliati per bombardare il Vietnam del Nord. Per sottolineare l’importanza che il Vietnam del Sud aveva per gli Stati Uniti, Johnson nominò nel giugno1964 il generale Maxwell Taylor ambasciatore americano a Saigon. Ci fu un ricambio anche ai vertici militari Usa in Vietnam: il generale Harkins, troppo ottimista oltre che screditato dagli intrighi di Saigon, fu sostituito con il super decorato William C. Westmoreland. Washington intraprese, contemporaneamente, un primo tentativo per mettersi direttamente in contatto con Hanoi. La cosiddetta missione Seaborn (j:Blair Seaborn, membro canadese della commissione internazionale di controllo insediata nel 1954) risultò tuttavia emblematica di tutti gli altri sforzi poi fatti dall’amministrazione Johnson per venire a patti con il Vietnam del Nord: si ridusse a un tentativo di intimidire i governanti nordvietnamiti con la strategia the carrot and the stick (del bastone della carota). Partendo dal presupposto che il Vietnam del Nord fosse il burattinaio che reggeva le fila del Fln, Washington chiese la cessazione di ogni aiuto al Fronte di liberazione e il riconoscimento dell’indipendenza del Vietnam del Sud. In cambio gli Stati Uniti prospettavano aiuti economici per il Vietnam del Nord. Se invece Hanoi avesse insistito nella sua politica di aggressione, allora si doveva preparare ai bombardamenti aerei che avrebbe inevitabilmente subito. … … … … L’aumento degli aiuti economici e militari statunitensi (alla fine del 1964 i consiglieri militari statunitensi nel Vietnam del Sud era ormai 23.000) corrispose ancora totalmente alla politica avviata da Kennedy. Tuttavia la tattica fu significativamente modificata con l’estensione e l’aumento delle operazioni coperte contro il Vietnam del Nord e con i preparativi per la guerra aerea ….. … … Un’occasione ben accolta per attuare i piani predisposti e per dimostrare ad Hanoi la determinazione degli Stati Uniti furono gli avvenimenti nel Golfo del Tonchino. Il pomeriggio del 2 agosto 1964 alcune torpediniere nord vietnamite attaccarono il cacciatorpediniere MADDOX. La nave statunitense, che incrociava in acque internazionali, era in ricognizione con il compito di localizzare le stazioni radar nord vietnamite. I dirigenti di Hanoi ritennero invece che la presenza della Maddox potesse spiegarsi solo con il bombardamento, iniziato il giorno prima dai sudvietnamiti, della vicina isola di Hon Me (una delle operazioni previste dal piano OPLAN 34-A). Washington sapeva benissimo che cosa aveva indotto i nordvietnamiti ad attaccare la Maddox. Invece di far allontanare il cacciatorpediniere dalla zona d’operazione dei sudvietnamiti, Washington deliberatamente lo scontro. Johnson qualificò pubblicamente l’episodio come una provocazione militare e, per sottolineare la legittimità della presenza statunitense nelle acque internazionali, spedì nella zona dell’incidente un secondo cacciatorpediniere. Quando due giorni dopo, nella notte del 4 agosto, la Maddox e la Turner Joy annunciarono improvvisamente di essere sotto attacco nemico e cominciarono a sparare con tutte le armi di bordo, l’amministrazione statunitense decise di reagire con azioni militari contro il Vietnam del Nord. Le successive comunicazioni giunte dalle due navi, secondo cui non c’era stato in realtà nessun attacco – l’equipaggio era stato tratto in inganno da sfavorevoli condizioni metereologi che, oppure da analisi sbagliate degli addetti ai radar – furono volutamente ignorate: il 5 agosto gli aerei della VII flotta bombardarono basi della marina nordvietnamita e depositi di carburante. Su questo episodi osi innescò una lunga diatriba, che ora si può considerare conclusa dopo una decennale ricerca svolta dallo storico Edwin Moise: un secondo attacco norvietnamita non ci fu. … …… ……… L’amministrazione americana non aveva premeditato l’incidente, però se ne approfittò subito come buon pretesto per dimostrare alla Rdv la determinazione e la potenza Usa. Inoltre l’incidente offrì a Johnson la possibilità di presentare il 7 agosto al Congresso una risoluzione che –questa sì- era già stata preparata da alcune settimane e autorizzava il presidente “a adottare tutti i provvedimenti per respingere gli attacchi e impedire future aggressioni”. I rappresentanti della Camera, ai quali era stato nascosto l’attacco sudvietnamita all’isola di Hon Me, approvarono la “risoluzione del Golfo del Tonchino” all’unanimità. Al Senato ci furono solo due voti contrari. Alcuni senatori come J. William Fulbright, che pure intervenne attivamente perché fosse adottata la sbrigativa decisione, non nascosero le preoccupazioni di fronte a un teso vago ma con ampie possibilità di intervento. La risoluzione, accolta da Johnson come “quelle camicie da notte della nonna che coprono tutto”, ben presto non fu più soltanto la base, avallata dal Parlamento, per procedere ad azioni isolate, ma servì per motivare e giustificare la politica di guerra nel complesso. Un assegno in bianco grazie al quale l’esecutivo si ritenne autorizzato a inviare in Vietnam centinai di migliaia di soldati. Nicholas Katzenbach, sottosegretario agli Esteri, definì giustamente la risoluzione l’equivalente funzionale di una “dichiarazione di guerra”. 5) La via americana verso la guerra (pag. 117) Washington non dovette attendere a lungo l’occasione per cominciare gli attacchi aerei. Il 7 febbraio 1965 il Fln assalì una base di elicotteri statunitensi presso Pleiku, negli Altopiani centrali. Otto consiglieri militari statunitensi rimasero uccisi, 126 feriti, e ui danni materiali risultarono enormi. Come reazione, il presidente ordinò di procedere all’occupazione Flaming Dart (Freccia ardente): 132 cacciabombardieri della marina colpirono obiettivi militari nel Vietnam del Nord. Il Fln replicò attaccando il 10 febbraio un’altra base militare Usa, dove uccise 20 americani. Allora Johnson ordinò l’avvio dell’offensiva aerea - non più limitata nel tempo- contro il Vietnam del Nord. Cominciò così l’operazione Rolling Thunder (tuono rotolante). (pag. 118) Taylor ammonì dunque con insistenza il 22 febbraio a non inviare i marines. Quel passo avrebbe significato rinunciare alla politica fino a quel momento praticata di non utilizzare nel Vietnam del Sud truppe di terra statunitensi: Se ci discosteremo da questa linea, sarà poi difficile porre dei limiti. Non appena dovesse emergere che siamo disposti ad assumerci altre responsabilità, il governo del Vietnam tenterà molto verosimilmente di scaricarci altri compiti per svolgere i quali ci vorranno truppe di terra. E un numero crescente di truppe di terra nel Vietnam del Sud aumenterà le possibilità di tensioni con la popolazione locale. Il soldato bianco non è per armamento, equipaggiamento e addestramento adatto alla guerriglia che si combatte nelle foreste e nelle giungle asiatiche. I francesi ci hanno provato e hanno fallito. Dubito che truppe americane possono far meglio. Inoltre si porrebbe inevitabilmente la questione di come un soldato estraneo alla realtà locale possa distinguere fra un vietcong e un pacifico e amichevole contadino sudvietnamita. (pag. 123) L’amministrazione statunitense si mosse consapevolmente lungo la strada percorsa a suo tempo dai francesi e che alla fine li aveva cacciati in un vicolo cieco: l’umiliante sconfitta di Diem Bien Phu. Andato alla Casa Bianca con la visione di una great society per gli Stati Uniti e i loro alleati, Johnson alla fine seguì le orme dei colonialisti. Di più: il presidente gli Stati Uniti in guerra senza informare adeguatamente la popolazione e il Congresso. Respinse tutti i suggerimenti dei consiglieri di chiedere agli elettori e al Congresso di appoggiare la sua politica. Davanti alla stampa negò che vi fosse stata una svolta nella politica americana per il Vietnam del Sud e al suo entourage dichiarò che la “risoluzione del golfo del Tonchino” era sufficiente per legittimare le sue scelte. Johnson volle “il burro e i cannoni”, e temette che un pubblico dibattito “su quella puttana d’una guerra” avrebbe distrutto “la donna che veramente amo, la great society” . Per questo motivo rigettò anche la richiesta del Pentagono e dei militari di mobilitare i riservisti e la guardia nazionale, e di dichiarare lo stato d’emergenza nazionale. Henry Cabot Lodge riassume tutte le perplessità sulla politica di disinformazione praticata da Johnson in una sola domanda: “Se la sente davvero di mandare tanti giovani laggiù senza spiegare loro il perché?” Capitolo Quinto - La guerra americana in Vietnam (1965 – 67) 1) “Rolling Thunder” (pag. 126) Le sole semplici cifre forniscono un’idea appena approssimativa della portata e dell’intensità dell’offensiva aerea: nel 1965 i bombardieri statunitensi decollarono dalle basi del Vietnam del Sud e dell’isola di Guam, oltre che dalle portaerei, per eseguire 25.000 missioni. Un anno dopo le missioni furono già 79.000 e nel 1967 oltre 108.000. Durante il primo anno dell’operazione Rolling Thunder scaricarono 63000 tonnellate di bombe sul Vietnam del Nord: una pioggia devastante che salì a 136000 tonnellate nel 1966 e a 226000 nel 1967. (Per un confronto:durante il più spaventoso bombardamento aereo non atomico della seconda guerra mondiale, quello che distrusse Dresda nel febbraio 1945, erano state scaricate 2659 tonnellate di bombe). L’US Air Force impiegò tutto quello che i laboratori di ricerca e le industrie per gli armamenti avevano da offrire, fra l’altro: armi teleguidate, velivoli senza equipaggio, cacciabombardieri supersonici e i temuti B-52. Ognuno di questi bombardieri a reazione e un carico di quasi 30 tonnellate di bombe, era in grado di trasformare una “fetta” di territorio larga 800 metri e lunga 4,5 chilometri in un paesaggio lunare costellato di crateri con un solo bombardamento. E non ci si limitò alle “gradi” bombe . Gli americani usarono in abbondanza anche il napalm e le cosiddette bombe a frammentazione, che esplodevano poco prima dell’impatto con il terreno “sparando” tutt’attorno centinaia di piccoli proiettili causarono gravi perdite soprattutto alla popolazione civile e suscitarono indignazione in tutto il mondo. Lo spettacolo della più grande superpotenza del mondo, ammise il ministro alla Difesa Mc Namara nel maggio 1967, che uccide o ferisce gravemente ogni settimana mille civili per piegare un piccolo paese arretrato alla sua volontà e conseguire un obbiettivo assai discutibile non è decisamente dei migliori. Molte località furono letteralmente rase al suolo. Uno dei primi statunitensi che poté farsi personalmente un’idea della portata delle distruzioni fu, tra il 1966 e il 1967, Harrison E. Salisbuury del “New York Times”. I suoi reportage non coincisero affatto con le comunicazioni del Pentagono, secondo cui tutti gli obiettivi nordvietnamiti colpiti erano solo ed esclusivamente impianti militari: Come la maggior parte degli “obiettivi militari” che o avuto modo di vedere nel Vietnam del Nord, Nam Dinh appariva nel linguaggio d’un portavoce del Pentagono molto più importante di quando la si vedeva con i propri occhi. Non era una grande città. Non lo era mai stata. Ora, dopo le evacuazioni imposte dalla guerra, era pressoché abbandonata. Isolato dopo isolato non ho potuto vedere altro che devastazioni. Abitazioni, botteghe, tutti gli edifici erano distrutti, danneggiati o bombardati. Ho avuto l’impressione di passare per la città d’una civiltà sepolta. Qua e là c’era un pugno di giovani, uomini e donne, al lavoro. Con pazienza, estraevano legname da costruzione dalle rovine e lo accatastavano accuratamente. Che ragionevole significato poteva avere quella devastazione? A quale scopo militare serviva ?. 2) Le forze armate statunitensi nel Vietnam del Sud (pag. 129) Quando quel pomeriggio di marzo cominciarono a marciare fra le risaie, avevamo oltre agli zaini e ai fucili anche l’ovvia convinzione che i vietcong sarebbero stati rapidamente battuti e che noi stavamo facendo qualcosa di onorevole e di buono. Conservammo gli zaini e i fucili, ma perdemmo le nostre convinzioni. Quella che era cominciata come un’avventura si trasformò entro l’autunno in una estenuante, incerta guerra di logoramento nella quale combattemmo più che altro per salvarci la pelle. (pag. 132) Ancora nel 1967 Westmoreland si rifiutò di apportare modifiche tattiche e strategiche al suo piano: Vuol dire che il salasso continuerà fino a quando Hanoi si accorgerà di aver succhiato tanto di quel sangue al paese da trovarsi sull’orlo della catastrofe nazionale. E allora dovranno rivedere il loro atteggiamento. Il fatto che il generale indicasse come responsabile delle perdite, del “salasso”, non gli
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